Perché la patata
a Lazzate?
Perché qui non è un ortaggio qualsiasi: è arrivata con Alessandro Volta, ha sfamato il paese e ci è rimasta. La sagra nasce per raccontare questo.
Benvenuti alla Sagra della Patata di Lazzate, giunta alla sua 21ª edizione. Non è soltanto un omaggio alla patata: è l'occasione per riscoprire la storia del paese e le tradizioni agricole che hanno plasmato questa comunità.
Alessandro Volta, conosciuto in tutto il mondo per l'invenzione della pila, aveva a Lazzate una casa di famiglia e ci veniva in villeggiatura. Fu lui a portare qui la coltivazione della patata: un tubero che avrebbe cambiato l'alimentazione e l'economia agricola di tutta la regione. I lazzatesi, riconoscenti, lo chiamarono «mago benefico».
Ogni anno la sagra trasforma il paese in un mercato contadino, con i prodotti agricoli del territorio e, naturalmente, la patata di Lazzate in tavola: piatti tipici preparati secondo ricette tradizionali, e qualcuna nuova.
Picciolo casino di villeggiatura annesso ad alcuni nostri fondi.
Alessandro Volta descrive la sua casa di Lazzate, 1796Volta e Lazzate, tappa per tappa
- Dal Seicento La famiglia Stampa, imparentata con i Volta, è fra i grandi proprietari terrieri di Lazzate.
- Da bambino Alessandro Volta frequenta il paese fin da piccolo, soprattutto in autunno, e continuerà a tornarci da adulto.
- 1777 Porta a Lazzate le prime patate dalla Savoia, le coltiva nel proprio orto e convince i contadini a coltivarle per mangiarle.tradizione locale
- 1796 In una lettera descrive la casa di Lazzate come un «picciolo casino di villeggiatura annesso ad alcuni nostri fondi».
- 1809 Eredita dal fratello Luigi la casa in paese: quella che ancora oggi chiamiamo Casa Volta.
- 1889 · 1927 Lazzate gli dedica due lapidi su Casa Volta: la prima il 22 aprile 1889, la seconda il 6 novembre 1927 per il centenario della morte.
- 1999 Per il bicentenario della pila viene posto il busto nella piazzetta Cesarino Monti.
«Mago benefico lo appellarono»
Onde i terrieri stupiti e grati insieme
del tubero americano da lui qui recato pel primo
mago benefico lo appellarono
Non è un modo di dire tramandato a voce: è inciso nel marmo. La lapide fu posta dal Municipio e dal popolo il 22 aprile 1889, sessantadue anni dopo la morte di Volta. Sotto, una seconda targa — ormai consumata dal tempo — aggiunta il 6 novembre 1927 per il primo centenario della morte.
La rivoluzione della patata
Dalle Ande a Lazzate: come un tubero guardato con sospetto è diventato il cibo che ha sfamato l'Europa.
La patata è originaria delle Ande, dove veniva coltivata da millenni. In Europa arriva solo dopo il 1492: gli spagnoli la portano a casa e da lì, lentamente, si diffonde nel continente.
All'inizio venne accolta con diffidenza. Cresceva sotto terra, aveva un aspetto poco familiare, e per decenni fu poco più di una curiosità botanica: i signori e i botanici la coltivavano nei giardini, per ornamento.
La svolta arriva nel Settecento, fra carestie e guerre, quando si scopre che quel tubero disprezzato può tenere in vita un villaggio intero. È in quegli anni che Volta lo porta a Lazzate.
Perché cambiò tutto
Carboidrati complessi in abbondanza: un piatto di patate sfamava una famiglia con pochi soldi.
Vitamina C, vitamina B6 e potassio, in un'epoca in cui la malnutrizione era la norma.
Lessa, fritta, in polenta, nei gnocchi: si adatta a ogni cucina regionale d'Europa.
Anche in terreni poveri e con climi difficili, e si conserva a lungo in cantina.
Due uomini, lo stesso pregiudizio
Mentre Volta convinceva i contadini di Lazzate, in Francia un farmacista combatteva la stessa battaglia. I due Paesi non si parlavano, ma il nemico era identico: la convinzione che la patata facesse ammalare.
Farmacista militare, scoprì la patata da prigioniero in Prussia durante la Guerra dei Sette Anni: si accorse che i compagni nutriti a patate stavano bene. In Francia però la coltivazione era vietata dal 1748, accusata di provocare la lebbra.
Per vincere la diffidenza usò l'astuzia: fece sorvegliare dai gendarmi un campo di patate di giorno, lasciandolo libero la notte. I contadini, convinti che ci fosse qualcosa di prezioso, andavano a rubarle. E a corte portò a Luigi XVI un mazzo di fiori di patata.
Lo stesso pregiudizio, gli stessi anni. Volta non aveva gendarmi: aveva un orto e dei contadini da convincere. Avviò coltivazioni sperimentali nelle sue terre di Lazzate e a Camnago, e si mise a dimostrare di persona che il tubero si poteva mangiare.
Non fu accolto bene nemmeno in casa propria, e il mondo accademico non lo prese sul serio: la pila sì, le patate no. Lazzate invece capì, e lo ricorda ancora come il «mago benefico», come dice la lapide sulla sua casa.
Dalla storia al piatto
Il bello è che questa storia, alla sagra, si mangia. Due piatti del nostro menù la raccontano per intero: uno arriva dalla Francia, l’altro dalle cucine di Lazzate.
La crema
Parmentier
Qui alla sagra si assaggia un pezzo di storia della patata e dell’umanità.
Sembra una semplice crema di patate e porri. È il piatto che porta il nome di Antoine-Augustin Parmentier, il farmacista che negli stessi anni di Volta convinse la Francia che la patata si poteva mangiare. Due uomini, due Paesi, la stessa battaglia contro lo stesso pregiudizio: e da quella battaglia è venuto il cibo che ha tolto l’Europa dalla fame.
Ecco perché a Lazzate questo piatto vale più che altrove: lo si mangia a duecento metri dalla casa di Volta, nel paese che quella battaglia l’ha vinta per primo. Un cucchiaio di crema calda, ed è il Settecento che arriva in tavola.
Parigi, una sera d’inverno. A una stessa tavola si trovano seduti due uomini che non si erano mai visti. Uno è un farmacista militare francese che ha passato la vita a convincere il suo Paese che le patate non fanno venire la lebbra. L’altro è un professore lombardo arrivato in Francia per mostrare le sue invenzioni, e che nel paese dove va in villeggiatura sta combattendo, in piccolo, esattamente la stessa battaglia.
Si racconta che Parmentier gli fece assaggiare una crema di patate e porri, e che Volta gli rispose che nelle sue terre di Lazzate quel tubero i contadini lo davano ancora ai maiali. Si racconta che parlarono fino a tardi, e che alla fine si trovarono d’accordo su una cosa sola: che il pregiudizio non si vince con i libri, si vince a tavola.
Da allora — dice la leggenda — il francese continuò con i suoi campi sorvegliati e i suoi banchetti, e il lombardo tornò a Lazzate a piantare patate nell’orto di casa. Ognuno vinse la sua battaglia, a casa propria.
Quanto c’è di vero. I due furono davvero contemporanei e le date lo permetterebbero: Volta fu in Francia nel viaggio del 1781-82 e tornò a Parigi nel 1801, quando Parmentier era vivo (morì nel 1813). Ma nessun documento racconta quella sera: le idee di Parmentier arrivarono in Italia per via di libri, non di persona. Resta una bella storia — e alla sagra ci piace pensare che sia andata così, mentre serviamo la crema che porta il suo nome.
- 2 kg di patate
- 100 g di burro
- 3 o 4 spicchi d’aglio
- sale
- variante rossa: concentrato di salsa di pomodoro
Lessare le patate sbucciate in abbondante acqua. Una volta cotte, scolarle tenendo da parte un bicchiere di acqua di cottura. Schiacciarle con una forchetta, amalgamandole con l’acqua tenuta da parte. Salare. In una padella a parte, rosolare il burro con gli spicchi d’aglio. Per la variante rossa, sciogliere il concentrato nell’acqua di cottura e unirlo al composto, sempre amalgamando. Raggiunta una consistenza morbida ma non troppo lenta, versare sopra il burro all’aglio. Servire caldo.
Dal Calendario ecologico 2021 del Comune di Lazzate: «ricetta della nostra Lazzate. Tra le tante varianti di ogni famiglia, abbiamo dovuto sceglierne una».
La pulenta de
pomm de tera
Patate, burro, aglio, sale. Quattro ingredienti: tutto quello che c’era.
È il piatto più lazzatese che ci sia, ed è un piatto povero. Nessuna carne, nessun pesce, nessuna spezia: si lessano le patate, si schiacciano con la forchetta, si rosola il burro con l’aglio e si versa sopra. Il nome dice già tutto — «polenta» perché ha preso il posto della polenta di mais quando il mais mancava o costava troppo.
Qui si capisce perché la patata è stata la regina della tavola dei poveri: cresceva anche dove il grano non veniva, si conservava nei mesi freddi, riempiva. E chi non aveva altro la valorizzava con quel poco che c’era in casa — un pezzo di burro, uno spicchio d’aglio, e nelle famiglie che se lo potevano permettere un cucchiaio di conserva di pomodoro, la variante rossa.
Alla sagra la trovate tutte le sere, come contorno. Non è il piatto che stupisce: è quello che i lazzatesi riconoscono.
E non sono gli unici: altri due piatti del menù vengono da questa stessa storia.
Il dolce creato dallo chef Daniele Scanziani per Lazzate: patata candita con il miele delle arnie del posto, gelsi e noci. Lo stampo in cui lievita ha la forma della pila voltiana. Si chiude la cena con in mano, letteralmente, l'invenzione di Volta.
Si racconta che Volta, da buongustaio, provasse a impastare le patate con la farina, scoprendo che l'impasto veniva più leggero. Da lì, dice la leggenda, i moderni gnocchi di patate. Presa per quello che è — una bella storia — resta il fatto che a Lazzate gli gnocchi si mangiano da sempre.leggenda
Fra Settecento e Ottocento la patata contribuì alla crescita della popolazione europea: migliorò la dieta nelle campagne e fece calare la mortalità legata alla malnutrizione. Quanto fosse ormai indispensabile lo si capì nel modo peggiore nel 1845, quando una malattia delle colture distrusse i raccolti irlandesi e provocò la Grande Carestia.
Ecco perché a Lazzate la patata si festeggia. Non per il tubero in sé, ma per quello che ha significato: un paese che mangia, un contadino che tira avanti l'inverno, e uno scienziato che invece di tenersi la scoperta l'ha regalata ai suoi vicini di casa.



